Shelton abbatte Alcaraz alle 3:33, record storico agli US Open
Ben Shelton elimina il campione in carica Carlos Alcaraz (6-7, 6-1, 6-3, 1-6, 7-6) nel match terminato alle 3:33 di notte: la partita più tardiva nella storia degli US Open.

La notte più lunga nella storia degli US Open ha scritto il suo capitolo finale alle 3:33 di giovedì mattina, dentro un Arthur Ashe Stadium svuotato dall'ora ma ancora carico di adrenalina. Ben Shelton, numero 8 del seeding, ha eliminato il campione in carica Carlos Alcaraz nei quarti di finale con il punteggio di 6-7, 6-1, 6-3, 1-6, 7-6 in quattro ore e 28 minuti: il match più tardivo che il torneo newyorkese abbia mai ospitato. La serie di 18 vittorie consecutive di Alcaraz nei Grand Slam è terminata su un ace da 235 km/h che lo spagnolo ha potuto soltanto guardare.
Il record che era di Alcaraz, e ora lo seppellisce
La beffa storica sta tutta in un nome: il precedente primato per il match più tardo nella storia degli US Open apparteneva proprio allo spagnolo, che nel 2022 aveva superato Jannik Sinner in un thriller di cinque set concluso alle 2:50 di notte. Quattro anni dopo, Alcaraz è tornato protagonista di una nottata infinita a Flushing Meadows, ma questa volta dall'altra parte della barricata. È Shelton a urlare, è Alcaraz ad abbassare la testa. Stesso copione, ruoli invertiti.
Dominio, crollo e corpo al limite
Il match ha avuto il sapore di una montagna russa. Shelton ha dominato il secondo e il terzo set sfruttando il suo servizio devastante e una risposta aggressiva da fondocampo. Alcaraz ha reagito con autorità nel quarto (6-1), riaprendo completamente i conti. Prima dell'inizio del quinto set, però, è arrivata l'immagine più cruda della serata: lo spagnolo, a corto di energie fisiche dopo ore di tennis ad alta intensità in piena notte, è stato colto da una crisi di nausea nella zona dietro al campo. Ha stretto i denti, è tornato in pista, ha combattuto fino al supertiebreak. Non è bastato.
«Sono stanco. È stata una guerra», ha dichiarato Shelton ai microfoni dell'impianto, la voce ancora spezzata dall'emozione. «Carlos è uno dei più grandi campioni del nostro sport. È stato il match più bello che abbia mai giocato». Alcaraz, dignitoso nella sconfitta: «È stata dura, molto dura. Sono deluso di non aver vinto, ma sono orgoglioso di come ho combattuto».
Vale la pena ricordare da dove veniva Alcaraz: zero set persi nei cinque match precedenti, il titolo conquistato l'anno scorso a Flushing Meadows e una striscia di 18 vittorie consecutive nei tornei dello Slam. Un avversario di quel calibro, battuto in quella modalità, in quel momento della notte, da un americano che lo aveva già incontrato due volte perdendo entrambe le volte: la portata storica di questa vittoria di Shelton è difficile da sopravvalutare. I 23.000 posti del Arthur Ashe Stadium erano ormai quasi vuoti, ma quelli rimasti in piedi fino alle 3:33 hanno assistito a qualcosa di irripetibile.
Semifinale tutta americana e 23 anni di attesa
Per Shelton si tratta della prima vittoria in carriera contro Alcaraz in tre confronti diretti e del risultato più importante della sua giovane carriera. Il prossimo avversario sarà il connazionale Frances Tiafoe, che nel pomeriggio aveva compiuto la propria rimonta da due set sotto contro Alex Michelsen (5-7, 3-6, 7-5, 6-3, 7-6). È matematicamente certo: un americano disputerà la finale del US Open.
L'ultimo statunitense a vincere uno Slam nel singolare maschile fu Andy Roddick, proprio in questo torneo nel 2003. Ventitré anni di digiuno potrebbero finire domenica. Le semifinali maschili sono in programma venerdì all'Arthur Ashe Stadium.
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